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Landuyt: è fondamentale il rilancio della crescita e dell'occupazione in Europa

24/03/2017
Intervista ad Ariane Landuyt, Professoressa di Storia contemporanea e Cattedra Jean Monnet in Storia dell’integrazione europea. “Nella crisi chiudersi in modo protezionista su se stessi non solo non risolverebbe il problema ma finirebbe per aggravarlo. Occorre più integrazione nei sistemi di protezione sociale e nell’istruzione”. “Pace e democrazia ideali alla base dei Trattati di Roma, dopo l’esperienza tragica della seconda guerra mondiale”

 Il 25 Marzo si celebra l’anniversario dei Trattati di Roma. Cosa significa quel giorno nella storia del cammino europeo?

“Il 25 Marzo del 1957 è una data fondamentale nel percorso dell’integrazione europea. Quel giorno i sei Paesi fondatori, Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Olanda firmarono i trattati che misero in cammino due organizzazioni, il mercato comune europeo e l'Euratom, la comunità per l’energia atomica, saldando un accordo che ha un precedente negli anni dell'immediato dopoguerra, costituito dalla CECA. Ma anche superando un doppio fallimento, rappresentato dal tentativo precedente di creare un esercito comune e parallelamente una comunità politica europea comune, falliti principalmente per l’opposizione della Francia.

Il 25 Marzo ci fu dunque un grande passo avanti sotto un profilo principalmente economico, ma in realtà l'obiettivo finale è quello di un’unione politica. Le idee federaliste che avevano animato dibattito dell’immediato dopoguerra in questa fase subirono un arretramento e si decise di partire con un percorso sul quale era più facile trovare un consenso comune, cioè quello economico. Si scelse dunque la cosiddetta via funzionalista, sulla base della certezza che l’integrazione delle economie avrebbe creato dei legami così stretti che inevitabilmente si sarebbe arrivati anche ad un’unione politica.

Effettivamente il mercato comune ebbe un immediato successo, con un beneficio per le economie dei Paesi aderenti e per lo stile di vita dei loro cittadini. A tal punto che la Gran Bretagna, alla quale era stato chiesto di essere tra i Paesi fondatori ma aveva rifiutato, chiese, nei primi anni ’60, di aderire anch'essa”.

Economia ma non solo. Qual è il progetto politico e quali gli ideali che mossero i primi Paesi fondatori?

“Occorre ricordare che l’accordo, che parte sotto il profilo economico, in realtà è frutto della volontà, molto sentita dai leader politici europei di quel periodo, di mettere un freno al sorgere di nuovi conflitti all’interno dell’Europa. L’esperienza recente della seconda guerra mondiale, il dramma terribile, i milioni di morti, la distruzione dei Paesi, sia vinti ma anche vincitori, le città bombardate, i cittadini colpiti, spingono a cercare un accordo comune per evitare che si ripeta ancora una volta l'esplosione di una guerra in Europa. E così è stato, perché noi da allora abbiamo vissuto decenni di pace quali non si erano mai visti nella storia dell’Europa. Quindi il tema della pace è decisivo all’interno di questo percorso di integrazione, insieme a quello della democrazia. Perché non dimentichiamo che l’idea di un’Europa unita è legata alla volontà di impedire l’emergere di nuovi regimi di tipo dittatoriale, quali erano stati il nazismo e il fascismo, ma anche l’autoritarismo serpeggiante in tutta l’area negli anni 20 e 30. Pace e democrazia quindi sono ideali di base, radicati non su un approccio teorico ma sulla drammatica, terribile, esperienza comune della guerra”.

 Oggi il progetto dell’integrazione sembra arretrare. Le opinioni pubbliche europee mostrano sempre meno entusiasmo, le idee nazionaliste riprendono a diffondersi. Cosa possono fare la Commissione ed i Governi per impedire questa deriva?

“Il tema della formazione dell’opinione pubblica europea è molto importante. Indubbiamente c'è stato un deficit di comunicazione tra le istituzioni e le opinioni pubbliche europee, nonostante siano stati fatti molti sforzi in questo senso. Un deficit che ha largamente contribuito a dar modo alle forze nazionaliste di affermarsi con informazioni spesso distorte. C'è indubbiamente una mancanza di informazione sia a livello comunitario, dove spesso si fa una comunicazione poi letta piuttosto come un’autocelebrazione e che provoca un effetto di rigetto, sia nei media nelle singole realtà nazionali, laddove spesso è mancata una formazione dei giornalisti su queste tematiche. Adesso si sta finalmente formando una categoria sempre più consapevole, ma agli inizi non era ancora così.

Quanto all’azione di Commissione europea e Governi nazionali, occorre chiarire che in realtà la Commissione agisce e mette in atto le decisioni dell'Unione, prese dal Consiglio europeo, l’organo che raccoglie Capi di Stato e di Governo. C’è un intreccio spesso perverso tra le decisioni del Consiglio e quelle delle singole nazioni. Esiste fin dall’inizio un conflitto più o meno esplicito tra il tentativo di mettere a punto scelte comuni, condivise ed espresse dal Consiglio europeo, e le spinte sovraniste dei governi nazionali che invece si trovano, anche per motivi di politica locale, a privilegiare l’interesse del proprio Paese a prescindere dall’interesse degli altri membri.

Questo non fa che aiutare l’emergere dei nazionalismi, che in questa fase si stanno radicando sui problemi generati dalla crisi. Una crisi che non colpisce solo l’Europa, è legata anche a grandi cambiamenti economici, alla nascita di un'economia globale in cui l’aspetto finanziario è molto più forte di quello produttivo, di un’economia basata su rivoluzione informatica che cambia completamente anche le modalità di lavoro e di comunicazione. Di fronte a questa crisi si pone un problema di consapevolezza delle singole opinioni nazionali. Nella crisi globale chiudersi in modo protezionista su se stessi non solo non risolverebbe il problema ma finirebbe per aggravarlo”.

Quale può essere quindi la risposta europea?

“La risposta è una maggiore integrazione, che tenga conto però dei vari aspetti che ancora non sono stati messi a punto. Innanzitutto la questione sociale, al cuore della crisi europea, che però non ha fatto parte delle scelte comunitarie. Al momento della firma dei Trattati, mentre si è prevista una integrazione graduale dell'economia, due settori fondamentali sono rimasti intestati ai governi nazionali: quello sociale e del lavoro e quello dell’istruzione. Questo significa che i sistemi di protezione sociale, le legislazioni in materia di organizzazione e orari del lavoro, maternità, sono molto diversi nei Paesi europei, e questo genera disparità. Sul tema dell’istruzione basti pensare al successo dell’Erasmus, che ci dice quale incredibile cambiamento potrebbe prodursi se ci fosse una legislazione comune europea nel campo dell'istruzione.

In questa fase il rilancio di crescita e occupazione è fondamentale, anche se per farlo è necessaria una comune visione politica. La Commissione non può che eseguire nel modo migliore possibile le decisioni del Consiglio europeo. Sono i governi nazionali che decidono”.

 L’Europa a due velocità potrebbe rappresentare una svolta?

“Devo essere sincera. Penso che tutto sommato potrebbe rappresentare una soluzione temporanea. L’Europa a due velocità potrebbe forse bloccare quella che rischia di essere un’implosione, perché i Paesi con un’economia più avanzata smetterebbero di temere di essere danneggiati, e gli altri Paesi non verrebbero estromessi dal processo unitario, cosa che invece sarebbe pericolosissima. Si potrebbero prevedere fasi di passaggio tra una velocita e l'altra. Intesa come tattica transitoria e non come obiettivo finale, l’idea dell’Europa a geometria variabile, che ha già percorso la storia dell’integrazione, potrebbe anche aiutare il rilancio del progetto. Esiste già in certi settori importantissimi, come la moneta unica, un’Europa a due velocità”.

Quali saranno a suo parere le conseguenze della Brexit sul percorso di integrazione europea nel medio e lungo periodo a suo parere?

A mio avviso non rappresenterà un vero colpo al percorso di integrazione europea,  perché dal punto di vista economico sicuramente saranno mantenuti una serie di accordi di mercato. Penso che in realtà potrebbe anche avere l’effetto di motivare gli altri Paesi membri a rafforzare il processo politico. Spesso, leggendo la storia dell’integrazione, nei periodi di crisi, sono state prese delle decisioni assolutamente innovative che hanno fatto fare un passo avanti”.

 

 

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